Era il simbolo di un sogno: dimenticare i problemi enormi di Taranto e conquistare la serie A. La sua fine tragica spazzò via entusiasmo e riscatto di una terra bella e maledetta
«Quando il mio corpo sarà cenere, il mio nome sarà leggenda»: pensieri e parole di Jim Morrison. Chissà se Erasmo Iacovone conosceva la riflessione del ‘Re Lucertola’. Forse no, perchè l’immenso leader dei Doors lasciò questa terra sette anni prima di lui e, credo, mai avrebbe immaginato che quella frase potesse riguardargli.
Già, perchè Iacovone questo è stato, questo è: mito o leggenda, fate voi, il confine è così labile che è impresa definirne i dettagli. Ancora oggi, nonostante siano 46 gli anni trascorsi da quella tragedia che strappò la vita al riccioluto centravanti di Capracotta e costrinse una città a piangere. E, soprattutto, a non accettare – e mai lo sarà – quel destino amaro, quel sogno infranto. Una dannazione. Come tante della nostra storia, ma forse la più cocente perchè l’esaltazione di un popolo, in quel 6 febbraio del ’78, fu brutalmente annientata.
Storia d’acciaio e di calcio, perchè quello era (e magari quello è ancora…). Taranto affannosamente cercava di venir fuori dalla lunga e dolorosa vertenza del 1973, arrampicandosi su una immaginaria e mai davvero concretizzata diversificazione del suo tessuto sociale ed economico, nel tentativo di far fronte alla grave crisi occupazionale (l’Italsider, come scrivevano allora i giornalisti e non solo, non bastava più) attraverso una piattaforma di sviluppo – concordata ai vari livelli istituzionali – che potesse rappresentare una svolta. E proprio nel giugno del 1977, come riportarono le cronache, giunse un accordo su più obiettivi che sembrava offrire un futuro migliore al territorio.
Proprio il 1977, dunque. Iacovone era già un calciatore rossoblu, acquistato dal Taranto di Giovanni Fico nel novembre del 1976 per la non modica cifra di 400 milioni di lire. Che il Mantova, club proprietario del cartellino, accettò senza remore, anzi. Lo voleva a tutti i costi Gianni Seghedoni, che su quel giovane centravanti puntava forte. E Fico, che di manica larga non era, cedette chissà come al desiderio dell’allenatore.
Taranto stretta nella morsa della crisi, Taranto che con il football riusciva a dimenticarne – almeno per qualche momento – gli effetti devastanti. Essì, perchè il Taranto di Iacovone prese forma ma soprattutto consistenza l’annata successiva, quando s’accomodò in panchina un tecnico di tempra e di campo, uno che non le mandava a dire quando se ne presentava l’occasione: Tom Rosati.
Ebbene, quel Taranto esaltava e i gol di Iacovone facevano rumore. Proprio saltellando sui gradoni in legno e sbattendo gli sgabelli del ‘Salinella’. La folla, persino la città con tutti i suoi gravi problemi, sognava la serie A. Entusiasmo e riscatto: l’acciaio e la disoccupazione potevano attendere, c’era il calcio prima di tutto. E la domenica c’era un rito da celebrare: la fede nei colori rossoblu, trascinati da quel riccioluto di Capracotta e dal genio di Selvaggi e dalla frenesia di Gori.
Forse, fu quello il Taranto più bello di tutti. Chissà. Polverizzato da una notte impensabile. L’incubo che spezzò la vita dell’eroe. E spazzò via entusiasmo e riscatto di una terra bella e maledetta. Ricacciò in gola gioia e osanna. Crudeltà del destino.
Erasmo Iacovone volò via assieme ai sogni. E, forse, quella dannata notte si portò via anche il calcio da queste parti: ruspante, genuino, essì esaltante. Taranto e la sua squadra di calcio avrebbero sognato poco negli anni futuri. Taranto e la sua squadra non avrebbero conosciuto più un altro Iacovone. Taranto avrebbe masticato e ingerisce ancora acciaio e veleni senza mai venirne fuori. E quei colori rossoblu, gloriosi e dignitosi, hanno vissuto e vivono tra cadute rovinose e faticose risalite. Eppure, lui c’è ancora: perché il Taranto e la sua storia si amano. A prescindere.
Foto tratta dal libro “Settantanni in rossoblu”, di Rino Dibattista